Qual è il modello di rappresentazione compreso nella rivoluzione informatica?
Facoltà di Architettura di Pescara
martedì 31 marzo 2009
dalle ore 10.30, alle ore 12.30
aula rossa
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Scuola Superiore “G. d’Annunzio”, sezione di Scienze dell’Ingegneria e dell’Architettura,
Dottorato in Storia, Conservazione e Rappresentazione dell’Architettura.
Dipartimento DSSARR – Università degli Studi “G. d’Annunzio” Chieti-Pescara.
Scuola Nazionale di Dottorato in Scienze della Rappresentazione e del Rilievo
New Lineamenta
Dove stiamo andando?
A distanza di qualche decennio dall’inizio della rivoluzione informatica in architettura, l’obiettivo dell’incontro, organizzato in forma di talk-show, è quello di fare discutere alcuni fra i più qualificati specialisti del settore sullo stato dell’arte della rappresentazione digitale, per contribuire al processo di storicizzazione e per ipotizzare scenari futuri.
Qual è il modello di rappresentazione compreso nella rivoluzione informatica? Quali sono gli ambiti teorico-operativi in cui si propone? Qual è il suo “sistema di riferimento”? Quali geometrie per elaborare rappresentazioni da abitare? La rappresentazione digitale è un “metodo” o una “tecnica” di visualizzazione? E infine, quale il salto epistemologico generato dalle immagini digitali alle soglie del “Web semantico”?
Intervengono:
Marco Gaiani, Alma Mater Studiorum Università di Bologna
Riccardo Migliari, “Sapienza” Università di Roma
Livio Sacchi, Università degli Studi “G. d’Annunzio”, Chieti-Pescara
Moderatore:
Maurizio Unali, Università degli Studi “G. d’Annunzio”, Chieti-Pescara
È prevista la partecipazione di:
Emma Mandelli, Direttore della Scuola Nazionale di Dottorato in Scienze della Rappresentazione e del Rilievo
Collegio dei Docenti del Dottorato in Storia, Conservazione e Rappresentazione dell’Architettura
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PREVIEW (work in progress)
x Livio Sacchi:
Architettura e cultura digitale oggi: Late Style o New Style?
A distanza di alcuni decenni dall’azione d’avanguardia innescata dai rapporti tra architettura e tecno-cultura digitale, quale bilancio?
Infine, soprattutto in relazione al dibattito in corso con gli allievi della Facoltà di Architettura di Pescara, chiediamo quale espressione-titolo può descrivere la controversa scena architettonica contemporanea. Tale affermazione dovrebbe essere articolata all’interno del seguente ragionamento: una rivoluzione culturale – una svolta epocale – comprende un nuovo modello di rappresentazione (es. Rinascimento / prospettiva) … oggi?
Link …
Peter Eisenman “Late Style”:
- Sei punti, da “Casabella” 769, 2008 (cfr. anche in gizmoweb)
- “il Manifesto“, 1 luglio 2008. Torino, la lex magistrale di P.E.
VideoInterviste, tratte dalla mostra ”Lo spazio digitale dell’architettura italiana”, 2006

Cfr. il sito della mostra “Lo spazio digitale dell’architettura italiana”
x Riccardo Migliari:
Come possiamo interpretare-classificare i nuovi metodi e tecniche di disegno introdotti dal modello di rappresentazione compreso nella rivoluzione informatica in architettura?
Qual è il ruolo svolto – come metodo e/o come tecnica di rappresentazione - dal disegno elettronico nel processo di rinnovamento degli studi e dell’insegnamento della Geometria descrittiva?
Come integrare la classica “scienza della rappresentazione” con le attuali tecniche di visualizzazione digitale conservando e ampliando il patrimonio culturale ereditato dai secoli scorsi?
N.d.R. Saltando molti passaggi e procedendo schematicamente … anche se il tema è stato in più occasioni oggetto di analisi, credo si tratti di una delle questioni ancora centrali per gli studi sulla rappresentazione digitale contemporanea … in altri termini, credo utilissimo, soprattutto a livello didattico, specificare ancora in che misura la r.d. è un nuovo metodo di rappresentazione e come “si aggiunge” agli altri.
Link …
Riccardo Migliari
x Marco Gaiani:
Quali nuovi scenari teorico-operativi per la rappresentazione digitale in architettura?
Quale nuovo sviluppo delle metodiche di rilevamento strumentale?
Il Web 3.0 (Web semantico) – il futuro di Internet – che novità può apportare alla rappresentazione digitale?
Link …

Sul Web 3.0 (Web semantico) cfr. “Domus” n. 293, marzo 2009
in particolare cfr. Domus Web:
19. Mar. 2009, Tra fantascienza e realtà,
Dal paesaggio urbano digitale all’Internet degli oggetti, passando per l’Internet degli schermi. Le visioni disincantate di Bruce Sterling sul Web del futuro. Text Elena Sommariva. (download .pdf)
Maurizio Unali:
per innescare gli argomenti oggetto dell’incontro,
introduco i tre spazi teorico-operativi in cui possiamo elaborare la rappresentazione digitale in architettura: lo spazio rappresentativo-strumentale; lo spazio conformativo-creativo; lo spazio mediatico-informativo.

Rappresentativo-strumentale
Il primo spazio teorico-operativo in cui possiamo elaborare la rd è quello rappresentativo-strumentale. Questo ambito coincide, quasi in toto, con il primo orizzonte tematico del digitale in architettura rilevato da Purini, “l’ambito strumentale del disegno elettronico”. È il più noto luogo di elaborazione della rd e il computer viene utilizzato come un potente ed utile strumento per produrre disegni e per risolvere tutta una serie di aspetti tecnici e di servizio. Ricordiamo tutti, a tale riguardo, le vecchie espressioni “disegno automatico” e “tecnigrafo elettronico”, metafore linguistiche che alludono al ruolo utilitaristico dell’elaboratore. In questo ambito il digitale è declinato principalmente in quanto potente metatecnologia attuativa, dalla fase ideativa a quella realizzativa. In senso generale, la rd si muove dal rilievo al progetto, dalla conoscenza e gestione del patrimonio culturale fino al disegno esecutivo del nuovo e in tutti quei casi nei quali affiora l’opportunità di una più complessa e insieme ordinata classificazione e controllo di informazioni. Nella sfera progettuale, il noto “esempio limite” di questo ambito della rd sono i disegni del Museo Guggenheim di Frank O. Gehry. Un’opera frutto di un processo progettuale che possiamo definire tradizionale, anche se dagli esiti spettacolari, che solo “a posteriori”, come scrive Purini, ha trovato «nello strumento digitale il modo di declinare secondo sofisticati programmi di calcolo la complessità delle sue superfici ondulate che hanno reso più agevole, tra l’altro, la progettazione del cangiante rivestimento in titanio (…). In questo caso il digitale non è stato in realtà veramente organico alla concezione dell’opera essendo intervenuto successivamente, quando la configurazione generale dell’edificio era già stata definita». Ma attenzione: la rappresentazione, sia pur in questo ambito definita “strumentale”, non è mai neutrale, generando sempre significati portatori di senso, cioè in grado di evocare altro. Si pensi solo, a titolo di esempio, alla scelta del metodo e della tecnica di rappresentazione e alle loro ricadute conformative in termini di comunicazione dell’idea. Dobbiamo poi considerare, come ricorda Marco Gaiani[ii], che l’esito percettivo finale non dipende solo dall’originale fornito, ma anche dal modo con cui la rd è agita e da ciò che accade nel corso dell’azione.
Conformativo-creativo
Il secondo spazio teorico-operativo della rd è quello conformativo-creativo. È l’ambito elaborativo più innovativo e “spettacolare” generato dalle relazioni tra architettura e cultura digitale. In esso la rd è il luogo del progetto, in una sorta di “new lineamenta”. Attraverso il disegno, qui libero dal ruolo strumentale, esploriamo le potenzialità espressive dello spazio digitale e dei software di modellazione. Nel complesso questo laboratorio creativo aperto dalla rivoluzione informatica in architettura, in quanto luogo di conformazione, ha degli esiti sia nello spazio reale, sia in quello virtuale. Il noto “esempio limite” di questo ambito della rd sono le sperimentazioni di Peter Eisenman – dalla Virtual House (1997) alla Chiesa a Tor Tre Teste (1996) a Roma, fino alla Concert hall a Bruges (1999) -, opere frutto di un processo progettuale che attraverso il virtuale si stacca dalle limitazioni geometriche e dai tradizionali vincoli architettonici.Nel versante delle progettualità dedicate solo allo spazio digitale, emergono molte creatività in cui la rd è “sostanza” fondamentale del processo elaborativo. Il disegno riconquista e amplifica le sue naturali potenzialità espressive ideali e utopiche, ulteriormente alimentate dalle vocazioni del ciberspazio e dalle sue interdisciplinari declinazioni, dal cyberpunk al cinema. In questo secondo laboratorio teorico-operativo il digitale è considerato come un ulteriore spazio “da abitare” attraverso rappresentazioni: luogo “altro” per allestire creatività poeticamente effimere; progetti che esistono solo nella dimensione virtuale e che, quindi, possono liberarsi anche del fardello del “fattibile”. Se nel primo caso – l’ambito strumentale della rd – il disegno prosegue una storica relazione con le più avanzate tecnologie del tempo in cui opera, nel secondo assistiamo ad una svolta epocale, la conquista di un nuovo spazio: radicale, alternativo, utopico-ideale e, solo nei casi migliori, rivoluzionario.
In questo panorama assume ulteriore senso l’idea per cui “abitare virtuale significa rappresentare”. Una delle parole chiave per fruire, rilevare e progettare lo spazio digitale è, infatti, rappresentare. Il ciberspazio, sia nella sua dimensione letteraria, sia in quanto spazio virtuale, è un luogo rappresentato. In altre parole, abitare lo spazio virtuale significa agire attraverso simulazioni, significa, appunto, rappresentare. Dalla città virtuale alla visualizzazione interattiva del progetto e della realtà, dal morphing elaborativo al web design, dalla video-creatività infografica fino all’allestimento dei virtual-set per il cinema e la TV, si riafferma la centralità della rappresentazione: dei codici semantici del disegno, dei valori iconici e simbolici delle immagini, della scienza della rappresentazione con i suoi metodi e le sue tecniche. Nel disegno si invera il progetto d’interfaccia; nel disegno è contenuto il luogo dell’incontro tra architettura e tecno-cultura digitale: laboratorio in cui sperimentare teorie e pratiche applicative per abitare lo spazio virtuale all’insegna di una creatio mundi.
Un disegno, però, digitale, ovvero una forma-pensiero di visualizzazione generativa nata con la rivoluzione informatica.
In altre parole, un disegno che, prima, non esisteva.
Una rappresentazione cresciuta nel ventre dell’ambiente virtuale, che ha attualizzato e reinventato molti dei propri statuti disciplinari, generando grossi cambiamenti di pensiero e di azione rispetto al disegno tradizionale – mai di valore sostitutivo -, contribuendo ad ampliare il concetto stesso di rappresentazione, soprattutto nel settore della visualizzazione ipertestuale e in real time dello spazio architettonico. Un disegno che, peraltro, contiene anche una sua “autografia”, che, in modo simile al concetto di “tratto” del disegno analogico, consente di cogliere l’espressione intellettuale originale del disegnatore. C’è poi da osservare che le principali finalità del disegno di architettura non sembrano essere state modificate dalla rd, che, semmai, ha contribuito a comprovarne il senso.
Queste profonde estensioni dei territori del disegno, che abbiamo in più occasioni definito rivoluzionarie – attribuendogli un valore analogo a quello innescato dalla prospettiva per la cultura spaziale dell’Occidente -, hanno generato fondamentali “conquiste di senso”, modificando “la visione delle cose”. Basta solo accennare, ad esempio, al profondo salto tecnico-concettuale determinato dalla “moltiplicazione” del punto di vista, naturale dimensione elaborativa della cultura rappresentativa contemporanea. Idea di punto di vista mobile che interpreta e alimenta una nuova propensione dell’intelligenza verso la connettività e l’esplorazione-invenzione di uno spazio di relazione da agire nella multilinearità e nella simultaneità, percepito nella “fusione” invece che nella “distanza”, in una fruizione attiva, lontana dall’idea dello “spettatore che guarda”. Semplificando molto e saltando qualche passaggio, come il punto di vista fisso è stato l’occhio, quindi la mente, che ha conformato la simmetria centrale della Città Ideale, il punto di vista mobile, elabora la Città Virtuale.
Così come sta emergendo, questo modello di rappresentazione originato dalla rivoluzione informatica ha ampliato anche le multidisciplinari vocazioni conformative proprie del disegno. Affiora, cioè, la dimensione generativa unitaria del disegno-progetto. Come già accennato, in una sorta di “new lineamenta” la rd, soprattutto all’interno delle creatività tematiche per lo spazio digitale, sembra essere il luogo del comporre, fino a coincidere con il progetto. Riconoscere e utilizzare le componenti rappresentativo-conformative del modello di rd, è allora il primo passo verso l’esplorazione di questo medium di elaborazione visiva. Sia nella dimensione teorica, sia in quella operativa, è infatti fondamentale riconoscere e controllare, nei vari casi che si pongono all’osservazione, la prevalenza del rappresentare sul conformare (e viceversa), per poter scegliere e mettere “in regia” l’intero processo elaborativo. Queste considerazioni seguono storiche avvertenze di carattere generale – pensiamo, innanzi tutto, all’opera di Walter Benjamin e Marshall McLuhan -, che continuano a ricordarci l’importanza di conoscere a fondo gli strumenti del rappresentare, prima di usarli. È, infatti, ancora fondamentale ribadire, soprattutto nella formazione, come l’utilizzo delle tecnologie della rappresentazione sono in grado di modificare le modalità stesse del pensiero. In merito alla rd, è quindi importante domandarci ancora: quanto il medium digitale incide in termini di trasformazione del pensiero? Considerando, poi, che nel corso di questi due ultimi decenni, come rileva Livio Sacchi, «l’uso dell’informatica si è (…) rapidamente evoluto da un ruolo puramente rappresentativo a un ruolo propriamente conformativo» – parallellamente alla sempre maggiore diffusione di hardware e all’evoluzione dei software -, queste considerazioni sono particolarmente importanti.
Mediatico-informativo
Il terzo spazio teorico-operativo della rd è quello mediatico-informativo, ed è esperibile soprattutto in rete, ma non solo. In questo ambito rappresentare significa, in primis, comunicare informazioni, o meglio, allestire uno spazio mediatico per innescare processi informativi multidirezionali. L’intensificarsi delle possibilità di accesso all’informazione, insieme al vertiginoso moltiplicarsi della comunicazione, per numero dei contatti e per modalità delle forme, sono l’effetto più evidente della presenza della rd, mostrando un aspetto significativo della condizione contemporanea. Gli esempi sono molti e spaziano dagli archivi informatizzati a settori editoriali tematici (riviste di architettura in rete, supporti multimediali, produzioni video), dai siti degli architetti ai vari blog; spazi web in cui l’interfaccia di accesso è uno degli elementi conformativi dell’azione fino a diventare, nell’idea di hypersurface, nuova architettura dell’informazione.
Ma anche nel versante della “città reale” la rd svolge un importante ruolo informativo, basta solo pensare alle variabili superfici dei media buildings urbani; facciate interattive di comunicazione e informazione, conformabili in real time, in cui la rd esprime una tra le nuove “sostanze della transmodernità”.
Tratto da: M.Unali, conferenza di Lerici 2008.
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GRAZIE per la calorosa partecipazione all’iniziativa (Maurizio Unali, 1 aprile 2009)

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La sintesi dell’iniziativa è confluita in
New Lineamenta,
a cura di Maurizio Unali,
ed. Kappa, Roma 2009



15 Comments
1 Losciale Luigi V. (dottorando) wrote:
Per Riccardo Migliari:
Partendo dal presupposto che le tecniche di rappresentazione hanno a che fare con lo strumento che impieghiamo per disegnare, e che i metodi riguardano la geometria proiettiva, è giusto o improprio sostenere che la rappresentazione digitale come “nuovo metodo”, in realtà discende da una tecnica?
E se questo è vero è giusto parlare di “nuovo metodo”, o il metodo è sempre lo stesso e a cambiare è stata solo la tecnica?
2 Riccardo Migliari wrote:
L’obiezione è legittima. Io credo, però, che anche i metodi ’storici’ discendono da una tecnica, quella del disegno, riga e compasso. Il disegno su carta è stato per secoli il laboratorio nel quale verificare sperimentalmente le concezioni geometriche. Non credo che la teoria, anche la più astratta, possa esistere senza un modello che la convalida (e non sono il solo a crederlo, vedi René Thom). E credo anche, come credeva Monge, che la costruzione del modello apra spesso nuovi interrogativi e porti così a nuove scoperte.
Ma la vera ragione che mi induce a considerare la rappresentazione matematica e quella poligonale altrettanti ‘metodi’ è un’altra: credo che dobbiamo riappropriarci della teoria e degli studi teorici, devastati da anni di ‘imparar facendo’, di tutorial, e di risultati, pessimi, conseguiti senza saper come. Parlare di metodi, distillare la teoria, dalle applicazioni e dalle tecniche è un modo per superare la umiliante dipendenza dal software.
3 Pasquale Tunzi wrote:
Siamo certi che il PC ha veramente introdotto nuovi modelli rappresentativi? O questa macchina, al momento, ha soltanto ampliato, reso più articolate e diversamente gestibili le procedure dei classici metodi della rappresentazione?
La macchina computazionale non si discosta oggi da quella usata 20 anni fa, i software pur potenziati, sono fondamentalmente gli stessi, e i metodi non sono andati oltre i principi di proiettività lineare e di sezione nello spazio omogeneo.
Tuttavia, tra geometria mongiana e quella numerico-grafica al computer non trovo riscontro, seppur entrambe abbiano la medesima finalità: visualizzare e risolvere problemi di posizione di enti nello spazio euclideo.
4 Massimiliano Mazzetta (dottore di ricerca) wrote:
La comunicazione di massa dell’architettura VS geometria: l’implementazione e la diffusione di strumenti di navigazione/visualizzazione open source/real-time di spazi architettonici virtuali (Google Earth, Second Life, SketchUp…) verso il grande pubblico, che ripercussioni producono sugli strumenti della geometria descrittiva, essendo evidente la necessità di semplificare il linguaggio in modo da essere comprensibile ad utenti della rete cha hanno interessi più vari?
Attualmente, può la geometria descrittiva assecondare le necessità di un utente privo anche di una cultura basilare della materia oppure è la “macchina” che si sostituisce ad essa?
5 Pasquale Tunzi wrote:
Mi rivolgo a Maurizio Unali, in relazione ai tre spazi esplicitati.
Anzitutto pongo la domanda: cosa significa, oggi, Rappresentare?
E poi aggiungo: riesce ancora a soddisfare l’accezione di immagine, o è più prossima a quella di idea? O le contiene entrambe, e come?
Personalmente ritengo che essa continui a rispettare quanto affermava Husserl: rappresentare è trascrivere, con un grado più o meno ampio di libertà, e non è il mezzo che ne ha modificato l’accezione e il senso. In altri termini si continua ad avere la ri-presentazione di un soggetto che si trova altrove (nella mente, in un luogo), e non ritengo, allo stato attuale, che il mezzo tecnico-espressivo abbia influito in questo. Penso alla macchina computazionale come a uno dei mezzi che ci permette di governare la rappresentazione, ma gestendo numerose azioni sovrapponibili e rapide a un tempo. E lo spettatore che guarda (e agisce) c’è sempre, ed è in relazione ad egli che si eseguono le rappresentazioni.
Il fatto che si possano avere diverse viste di un oggetto rappresentato non significa che non esiste più un punto di vista, perchè le numerose immagini vanno guardate, osservate, lette una per volta, anche se sono in movimento, da chi è davanti al video.
Una cosa nuova, invece, introduce il computer: la perdita dell’originale fisico, quello che prima era il foglio di carta disegnato. Non cè più matericità, o se vogliamo (per la legge di Lavoisier) si è trasformata in un prodotto impalpabile carico di dati (forse troppi).
Infine, le questioni di editing sono sempre esistite con i propri caratteri che ne guidano la comunicazione. Non sono convinto che oggi costituisca una novità la multidirezionalità dell’informazione, piuttosto il fatto che il ricevente (destinatario del messaggio) assume ruolo attivo, di manipolatore dell’informazione. Non ha senso usare le pagine web come quelle di un giornale da sfogliare, o un blog per scambiarsi lettere virtuali. Ha senso il poter interagire con coloro che formulano le informazioni, prima che esse vengano edite e, soprattutto, non one by one.
6 Maurizio Unali wrote:
Caro Lino,
le questioni che poni sono al centro del dibattito sulla rappresentazione contemporanea e, nonostante la “pericolosa” vicinanza storica, richiedono (come da più tempo ricordiamo) processi di storicizzazione. Penso, quindi, che i tempi non siano ancora maturi per rispondere “pienamente” a questi (e altri) interrogativi che, invece, devono alimentare il dibattito con il fine di motivare la sperimentazione.
Dopo circa due decenni di innovazione tecno-culturale, la ricerca sulla rappresentazione digitale dell’architettura (nel contesto pluridisciplinare dell’argomento) sembra oggi attraversare un momento di “riflessione” che può essere l’occasione per capire, appunto, cosa abbiamo fatto e dove stiamo andando.
Credo che la migliore pulsione offerta dalla condizione contemporanea sia la libera sperimentazione. Soprattutto rispetto all’ultima questione che poni, la rete. La sfida è oggi capire le nuove modalità di comunicazione, non più “uno a molti” ma “molti a molti”. Questo significa impostare degli studi specifici sulla rappresentazione di questi nuovi modelli comunicativo-espressivi, soprattutto in considerazione delle ancora impreviste potenzialità del Web 3.0 (semantico).
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7 Domenico Tosto (dottorando) wrote:
Per Maurizio Unali: la rappresentazione digitale, figlia della rivoluzione informatica, ha creato nell’ultimo decennio un sistema di riferimento differente, un modo di vedere e rappresentare nuovo e, soprattutto, un diverso modo di pensare; ha innescato un “pensiero digitale”. Partendo da questo presupposto: il digitale è un modo di pensare o una mera tecnica di rappresentazione? Nel primo caso ritengo che lo stato dell’arte può subire un momento di stand-by ma è sempre in continua evoluzione perché il pensiero è sempre in movimento.
Al contrario se il digitale è una “bella” tecnica di rappresentazione, allora probabilmente i campi di sperimentazione e applicazione sono altri, contigui ma comunque sempre più distanti dall’architettura.
8 Caterina Palestini wrote:
Il ruolo da sempre affidato alla rappresentazione architettonica interposta tra progetto e rilevo, ha trovato nella dimensione digitale nuove forme espressive che possono a più livelli (rappresentativo-formale; conformativo-creativo; mediatico-informativo) interessare il processo analitico-creativo per la comprensione, ideazione e comunicazione dell’architettura, sia esso rivolto al progetto, sia all’analisi dell’esistente. L’esigenza di ricercare metodiche e sistemi per elaborare e trasmettere prefigurazioni di realtà, esistenti o immaginate, costituisce pertanto una costante nella cultura architettonica e corrisponde all’evoluzione delle tecniche e dei metodi che coinvolgono i diversi aspetti della rappresentazione. Ci si chiede allora: concettualmente quali sono le differenze rispetto al passato?
Cosa distingue, oltre la tecnologia, l’attuale sapere rappresentativo da quello della tradizione? e quanto esso ha influito e condizionato, nell’essenza, il sapere architettonico?
9 Alessandro Luigini (dottore di ricerca) wrote:
Concordo pienamente con l’auspicio di una maggiore attenzione alla teoria e alla componente della Geometria Descrittiva che si occupa della descrizione delle forme nello spazio e delle loro proprietà (essendo la Geometria Proiettiva ormai completamente automatizzata) ma mi pongo a tal proposito una domanda e riporto alcune considerazioni: davvero la “dipendenza” dai software è solo frutto della mancanza di conoscenze geometriche del disegnatore, o dipende in parte anche dai limiti di programmazione che molti software per la modellazione denunciano? Questa domanda me la sono posta nel momento in cui riflettendo sulle applicazioni della geometria descrittiva ho visto completamente svuotato il senso delle elaborazioni che si richiedevano nei corsi universitari fino ad alcuni anni fa, applicazioni che consentivano la rappresentazione dell’architettura tramite l’utilizzo dei modelli proiettivi. Ora queste operazioni sono automatizzate, quindi tolto il senso teorico e didattico dell’insegnamento dei modelli proiettivi, mi pare solo un esercizio (forse anacronistico) l’applicazione di questi modelli. Sarebbe interessante, a mio avviso, concentrarsi sulla geometria dei modelli, per citare una dicitura ormai ampiamente condivisa, per superare i limiti che troppo spesso si incontrano nei software di modellazione e che scoraggiano facilmente gli studenti di ogni ordine.
Credo che un rischio, però, potrebbe affacciarsi, ed è quello della aumentata divergenza tra ricerca e applicazioni (rapporto che, come tanti altri concetti pre-informatici, forse va analizzato nella sua variazione ontologica). Il modello informatico, per sua natura, non contiene solo le informazioni morfologiche e geometriche dell’architettura, per cui l’interesse viene spostato naturalmente dalla “forma” all’ “informazione”… (vedi BIM) Nella didattica del disegno nelle facoltà di architettura e ingegneria, troveranno spazio i modelli proiettivi, la geometria descrittiva, la rappresentazione informatica, la costruzione di modelli BIM, la comunicazione, il rilevamento, ovvero tutto il compendio disciplinare?
10 Emiliano Auriemma (dottore di ricerca) wrote:
Sono convinto come dice il prof. Migliari che ci sia una impellente necessità di superare la dipendenza dai software e credo che la rappresentazione digitale individui metodi nuovi e non semplicemente delle nuove tecniche. La visualizzazione interattiva di spazi virtuali, i modelli “intelligenti” che visualizzano sistemi di dati, i calcoli sull’illuminazione nelle immagini di resa e le numerose possibilità di modificazione dinamica e sperimentazione sulla forma ne sono una testimonianza. Svolgendo ricerche nel campo però mi sono reso conto delle enormi difficoltà che si incontrano nel tentativo di allontanarsi dalle soluzioni preconfezionate offerte dal mercato. La scarsa dimestichezza con la programmazione informatica ma anche forse la formazione incompleta riguardo alla geometria analitica, per non parlare delle conoscenze di ottica e comportamento della luce, rendono difficile colmare il gap tra chi realizza il software e chi lo utilizza in campo rappresentativo. Ho paura che per appropriarsi realmente dei metodi della rappresentazione digitale ci sia bisogno di una riforma didattica molto profonda che vada aldilà della attualizzazione dell’insegnamento della geometria descrittiva. Il discorso poi si fa ancora più complesso se tentiamo di analizzare le profonde influenze che la modellazione digitale ha sul modo di operare nella progettazione. I giovani progettisti che ho visto all’opera nella mia esperienza personale sono portati a plasmare digitalmente le forme, piuttosto che a percorrere il tradizionale iter di sviluppo del progetto a partire dalla pianta o dalla sezione. La grande affermazione dell’uso delle superfici nella modellazione introduce poi il rischio che il progetto si riduca a semplice involucro. Tutto ciò è indubbiamente provocato dalla assimilazione superficiale dei fondamenti scientifici della rappresentazione. Lo studio della geometria deve mantenere il suo ruolo centrale all’interno della disciplina, ma è necessario che gli operatori assumano maggiore consapevolezza sulla natura degli strumenti digitali, a partire dalle leggi fisiche e matematiche che sono alla base della programmazione informatica. In questo senso, non occorre sempre di più che l’architetto ampli le sue conoscenze in tutto il campo scientifico?
11 Alessia Maiolatesi wrote:
E’ innegabile fare una riflessione sull’influenza che i software di grafica e l’uso diffusissimo del calcolatore hanno generato nel processo di sviluppo di un progetto e, conseguentemente, su quanto sia divenuta sottile la scissione tra ciò che possiamo considerare possibile (inteso come reale) e ciò che possiamo considerare immaginabile (inteso come virtuale) in termini di rappresentazione. La realtà digitale offre una valida e rapida possibilità di elaborare graficamente ciò che immaginiamo, educandoci ad una consapevolezza di prefigurazione dello spazio; questa, in fondo, è una delle strade tracciate dalla Geometria Descrittiva. La questione su cui bisogna riflettere è che ci troviamo di fronte ad un’epoca di grandi mutamenti ed incertezze nei confronti di queste considerazioni, ma potrebbe diventare fondamentale raccogliere una sfida di tale rilevanza allontanando i pregiudizi derivanti dal non totale controllo dei mezzi tecnologici a nostra disposizione e riconsiderando le basi teoriche della materia, confidando, allo stesso tempo, nel disegno come strumento di controllo, come mezzo attraverso il quale possiamo gestire consapevolmente (e non passivamente) il nostro operato.
A questo punto è utile pensare alla rappresentazione digitale come validissima occasione per custodire e sviluppare la ricchezza del patrimonio relativo alla Scienza della Rappresentazione ed è auspicabile e sperata, una ricerca che miri a scoprire nuove forme di elaborazione e comunicazione, da intendersi presumibilmente come nuovi metodi di rappresentazione.
12 Giovanni Caffio wrote:
Partendo dalla famosa tesi di Panowfsky che la prospettiva sia stata la “forma simbolica” caratterizzante la storia dell’arte dal Rinascimento all’Impressionismo, Lev Manovich sostiente che il database può essere considerato il nuovo modo di concepire lo spazio nell’era digitale, uno spazio che appare come una raccolta infinita e destrutturata d’immagini, testi e modelli tridimensionali. È lecito,
quindi, presupporre che il passaggio da un paradigma meccanico a uno elettronico comporti un tale spostamento dello “sguardo”, una rivoluzione tale da condurci a percepire e interpretare lo spazio secondo significati, metafore e forme simboliche provenienti dal campo della programmazione?
13 Christian Assogna wrote:
Faccio dei ragionamenti semplici e discutibili: partiamo dal presupposto che il computer non ha cambiato il metodo di rappresentazione e che le tecniche sono il mezzo per la quale si ottiene concretamente un elaborato, un disegno. Allora mi chiedo subito che differenza c’è tra il rappresentare digitalmente e il rappresentare manualmente una architettura. Il disegno digitale ha consentito di ottenere progetti attraverso algoritmi complicati, anche se non mi spiego come anche in passato si facevano costruzioni tra l’altro senza la redazione del disegno nella maggior parte dei casi, o dopo con disegni manuali, quindi le differenze si limitano anzi potrebbero svanire. Ma cosa è cambiato veramente allora? Osservo disegni del moderno e osservo disegni contemporanei e mi accorgo che è cambiato il modo di concepirli, di crearli, ognuno ha adottato paradossalmente e passivamente l’uso del digitale, senza interrogarsi su cosa sia relamente cambiato: l’interscalarità. Ossia questo concetto mi pare forse troppo tecnico o forse ingenuo, ma penso che sia importante individuarne il suo significato. Allora penso al disegno digitale che non ha una scala ben precisa, che tramite il mouse si può passare da una visione limitata ad una complessiva, il passaggio simultaneo forse segue anche i nostri ritmi temporali contemporanei, ma ci ha portato ad avere una visione dello spazio molto distorta, lo spazio cambia a seconda del passaggio di un mouse, e
poi nella realtà è cosi? Forse è troppo presto per parlarne, lo spazio in cui viviamo non è ancora forse pronto per questo cambiamento? La cosidetta architettura liquida, la fluidità, il contemporaneo, o meglio ancora lo stile tardo possono interpretare il concetto di interscalarità o meglio di una visione multipla di un ogetto nello spazio? Mi sembra interessante a questo punto aprire un altro concetto: il parallelismo tra mondo reale e mondo virtuale, ossia “il link”, un collegamento, fatto di cose materiali ed immateriali, dove appunto il mondo reale sembri inseguire quello virtuale, o meglio ancora definito ideale perchè poi questo mondo lo vogliamo e lo vogliono (anche l’università, l’architettura)! Ed allora mi chiedo, un piccolo architetto reale in un grande oceano virtuale come si comporta? Se poi soprattutto, siamo chiamati a realizzare un ogetto materiale? Individuare una quarta dimensione potrebbe avere un senso: “nella metropoli genetica esiste un sistema indefinito di opportunità, di luoghi non definiti, dove gli ogetti sono come meduse nell’oceano che fluttuano trasparenti ed opache, in parte animale e in parte vegetali, trasportate da correndi invisibili” (A. Branzi). L’uomo vive in un mondo reale ma la sua vita ha bisogno di un mondo virtuale.
14 Lorenzo Lagana' wrote:
Concordo con l’interrogativo posto sull’interscalarità e vorrei fare un’ulteriore riflessioni ricollegandomi ad una delle più celebri frasi di Rem Koolhas in Junkspace ovvero “Fuck the contest”, “Fanculo il contesto”. Ora un’architettura reale devo necessariamente relazionarsi con il contesto o più esplicitamente non farlo dichiarandolo, tuttavia le relazioni con ciò che ci circonda sono un fattore fondamentale dell’operare dell’architetto. Nello spazio digitale, nel cyberspace, esiste il concetto di contesto? O forse un qualunque oggetto architettonico virtuale è semplicemente fine a se stesso non avendo niente con cui relazionarsi se non con l’utente che lo attraversa?
Inoltre vorrei collegarmi al concetto introdotto di web 2.0. Molti parlano di Web2.0 come una rivoluzione di internet, tuttavia c’è un filone che non la pensa assolutamente cosi. E mi ricollego appunto a quel filone di pensiero che interpreta il web2.0 come una semplice etichetta commerciale il cui unico scopo è quello di segnare il passo rispetto ad un cambiamento che è stato realizzato non dal web, ma dalle reti tecnologiche, o più semplicemente quelle telefoniche. Fino a 10-12 anni fa, in pochi potevano accedere alla rete internet con i loro modem 56k, determinando quindi una comunità di internauti molto limitata ma che comunque già era in grado di capire e di definire ciò che internet poteva fare e non fare. I blog già all’epoca esistevano, non si chiamavano con l’appellativo di “blog” ma semplicemente pagine personali. I forum che esistono tutt’ora c’erano anche allora. Sembrerebbe solo un cambio di etichetta, non una svolta del web. In questo arco di tempo che è passato l’introduzione di reti Adsl a basso costo ha permesso a tutti di accedere a internet. Questo ha comportato una conseguenza molto semplice: tutti volevano usare internet e tutti volevano dire la propria su ogni argomento. Il web per rispondere a queste esigenze non ha cambiato le sue strutture perchè fondamentalmente l’html e rimasto lo stesso, sono cambiati i modi di comunicare e rappresentare le informazioni tramite degli strumenti semplici e leggeri (ed è anche questo uno dei motivi per cui il flash sta scomparendo). Quindi mi chiedo e chiedo, è corretto parlare di web 2.0 e 3.0 come reali svolte epocali e strutturali o semplicemente come etichette da dare per segnare il passo sulla cronologia della storia ?
15 Fede Fernandez wrote:
Pongo una questione dalla prospettiva di studente.
Credo che una componente persa, nell’era del disegno digitale, sia la “quantità di pensiero”
che si è tenuti necessariamente a porre, prima di stendere una qualsiasi linea su di un foglio digitale.
Tracciare una banalissima linea in un qualsiasi software di modellazione,oggi, è una azione basilare che chiunque può realizzare, non è necessario pertanto essere architetti. Ne consegue tuttavia una cosa: la mancanza di una riflettuta e consapevole motivazione del perchè quella linea debba esistere. Ecco, credo che il digitale penalizzi quindi le nuove generazioni di architetti in formazione, nella misura che esclude sempre di più il pensiero, la riflessione, il sudore della comprensione, la ricerca di una idea forte, la presenza di una motivazione, in favore di una immediata graficizzazione di una maldestra e magari irrealizzabile idea. Il digitale, inoltre, rimuove la fatica di tracciare una linea dritta a mano. Quel segno non perfettamente dritto a spessore variabile, tutt’al più un pò “sbafato” ma carico a suo modo di un significato molto più espressivo che una fredda e glaciale linea perfettamente orizzontale. Questa è solo una piccola e quasi banale considerazione, ma il fatto che il digitale escluda la fatica del disegno manuale, sia esso tecnico o meno, è di gran lunga un grande svantaggio per le nuove generazioni. Ormai non si tocca più con mano il disegno di architettura e l’architettura stessa, questo è il vero problema…