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	<title>Commenti per rappresentazione.it</title>
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	<description>a cura di Livio Sacchi e Maurizio Unali</description>
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		<title>Commenti su NewLineamenta.ModelsInDigitalDesign di Fede Fernandez</title>
		<link>http://www.rappresentazione.it/?p=206&#038;cpage=1#comment-32</link>
		<dc:creator>Fede Fernandez</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2009 16:37:42 +0000</pubDate>
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		<description>Pongo una questione dalla prospettiva di studente.
Credo che una componente persa, nell&#039;era del disegno digitale, sia la &quot;quantità di pensiero&quot; 
che si è tenuti necessariamente a porre, prima di stendere una qualsiasi linea su di un foglio digitale. 
Tracciare una banalissima linea in un qualsiasi software di modellazione,oggi, è una azione basilare che chiunque può realizzare, non è necessario pertanto essere architetti. Ne consegue tuttavia una cosa: la mancanza di una riflettuta e consapevole motivazione del perchè quella linea debba esistere. Ecco, credo che il digitale penalizzi quindi le nuove generazioni di architetti in formazione, nella misura che esclude sempre di più il pensiero, la riflessione, il sudore della comprensione, la ricerca di una idea forte, la presenza di una motivazione, in favore di una immediata graficizzazione di una maldestra e magari irrealizzabile idea. Il digitale, inoltre, rimuove la fatica di tracciare una linea dritta a mano. Quel segno non perfettamente dritto a spessore variabile, tutt&#039;al più un pò &quot;sbafato&quot; ma carico a suo modo di un significato molto più espressivo che una fredda e glaciale linea perfettamente orizzontale. Questa è solo una piccola e quasi banale considerazione, ma il fatto che il digitale escluda la fatica del disegno manuale, sia esso tecnico o meno, è di gran lunga un grande svantaggio per le nuove generazioni. Ormai non si tocca più con mano il disegno di architettura e l&#039;architettura stessa, questo è il vero problema...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Pongo una questione dalla prospettiva di studente.<br />
Credo che una componente persa, nell&#8217;era del disegno digitale, sia la &#8220;quantità di pensiero&#8221;<br />
che si è tenuti necessariamente a porre, prima di stendere una qualsiasi linea su di un foglio digitale.<br />
Tracciare una banalissima linea in un qualsiasi software di modellazione,oggi, è una azione basilare che chiunque può realizzare, non è necessario pertanto essere architetti. Ne consegue tuttavia una cosa: la mancanza di una riflettuta e consapevole motivazione del perchè quella linea debba esistere. Ecco, credo che il digitale penalizzi quindi le nuove generazioni di architetti in formazione, nella misura che esclude sempre di più il pensiero, la riflessione, il sudore della comprensione, la ricerca di una idea forte, la presenza di una motivazione, in favore di una immediata graficizzazione di una maldestra e magari irrealizzabile idea. Il digitale, inoltre, rimuove la fatica di tracciare una linea dritta a mano. Quel segno non perfettamente dritto a spessore variabile, tutt&#8217;al più un pò &#8220;sbafato&#8221; ma carico a suo modo di un significato molto più espressivo che una fredda e glaciale linea perfettamente orizzontale. Questa è solo una piccola e quasi banale considerazione, ma il fatto che il digitale escluda la fatica del disegno manuale, sia esso tecnico o meno, è di gran lunga un grande svantaggio per le nuove generazioni. Ormai non si tocca più con mano il disegno di architettura e l&#8217;architettura stessa, questo è il vero problema&#8230;</p>
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	<item>
		<title>Commenti su NewLineamenta.ModelsInDigitalDesign di Lorenzo Lagana'</title>
		<link>http://www.rappresentazione.it/?p=206&#038;cpage=1#comment-30</link>
		<dc:creator>Lorenzo Lagana'</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 19:09:55 +0000</pubDate>
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		<description>Concordo con l&#039;interrogativo posto sull&#039;interscalarità e vorrei fare un&#039;ulteriore riflessioni ricollegandomi ad una delle più celebri frasi di Rem Koolhas in Junkspace ovvero &quot;Fuck the contest&quot;, &quot;Fanculo il contesto&quot;. Ora un&#039;architettura reale devo necessariamente relazionarsi con il contesto o più esplicitamente non farlo dichiarandolo, tuttavia le relazioni con ciò che ci circonda sono un fattore fondamentale dell&#039;operare dell&#039;architetto. Nello spazio digitale, nel cyberspace, esiste il concetto di contesto? O forse un qualunque oggetto architettonico virtuale è semplicemente fine a se stesso non avendo niente con cui relazionarsi se non con l&#039;utente che lo attraversa?
Inoltre vorrei collegarmi al concetto introdotto di web 2.0. Molti parlano di Web2.0 come una rivoluzione di internet, tuttavia c&#039;è un filone che non la pensa assolutamente cosi. E mi ricollego appunto a quel filone di pensiero che interpreta il web2.0 come una semplice etichetta commerciale il cui unico scopo è quello di segnare il passo rispetto ad un cambiamento che è stato realizzato non dal web, ma dalle reti tecnologiche, o più semplicemente quelle telefoniche. Fino a 10-12 anni fa, in pochi potevano accedere alla rete internet con i loro modem 56k, determinando quindi una comunità di internauti molto limitata ma che comunque già era in grado di capire e di definire ciò che internet poteva fare e non fare. I blog già all&#039;epoca esistevano, non si chiamavano con l&#039;appellativo di &quot;blog&quot; ma semplicemente pagine personali. I forum che esistono tutt&#039;ora c&#039;erano anche allora. Sembrerebbe solo un cambio di etichetta, non una svolta del web. In questo arco di tempo che è passato l&#039;introduzione di reti Adsl a basso costo ha permesso a tutti di accedere a internet. Questo ha comportato una conseguenza molto semplice: tutti volevano usare internet e tutti volevano dire la propria su ogni argomento. Il web per rispondere a queste esigenze non ha cambiato le sue strutture perchè fondamentalmente l&#039;html e rimasto lo stesso, sono cambiati i modi di comunicare e rappresentare  le informazioni tramite degli strumenti semplici e leggeri (ed è anche questo uno dei motivi per cui il flash sta scomparendo). Quindi mi chiedo e chiedo, è corretto parlare di web 2.0 e 3.0 come reali svolte epocali e strutturali o semplicemente come etichette da dare per segnare il passo sulla cronologia della storia ?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Concordo con l&#8217;interrogativo posto sull&#8217;interscalarità e vorrei fare un&#8217;ulteriore riflessioni ricollegandomi ad una delle più celebri frasi di Rem Koolhas in Junkspace ovvero &#8220;Fuck the contest&#8221;, &#8220;Fanculo il contesto&#8221;. Ora un&#8217;architettura reale devo necessariamente relazionarsi con il contesto o più esplicitamente non farlo dichiarandolo, tuttavia le relazioni con ciò che ci circonda sono un fattore fondamentale dell&#8217;operare dell&#8217;architetto. Nello spazio digitale, nel cyberspace, esiste il concetto di contesto? O forse un qualunque oggetto architettonico virtuale è semplicemente fine a se stesso non avendo niente con cui relazionarsi se non con l&#8217;utente che lo attraversa?<br />
Inoltre vorrei collegarmi al concetto introdotto di web 2.0. Molti parlano di Web2.0 come una rivoluzione di internet, tuttavia c&#8217;è un filone che non la pensa assolutamente cosi. E mi ricollego appunto a quel filone di pensiero che interpreta il web2.0 come una semplice etichetta commerciale il cui unico scopo è quello di segnare il passo rispetto ad un cambiamento che è stato realizzato non dal web, ma dalle reti tecnologiche, o più semplicemente quelle telefoniche. Fino a 10-12 anni fa, in pochi potevano accedere alla rete internet con i loro modem 56k, determinando quindi una comunità di internauti molto limitata ma che comunque già era in grado di capire e di definire ciò che internet poteva fare e non fare. I blog già all&#8217;epoca esistevano, non si chiamavano con l&#8217;appellativo di &#8220;blog&#8221; ma semplicemente pagine personali. I forum che esistono tutt&#8217;ora c&#8217;erano anche allora. Sembrerebbe solo un cambio di etichetta, non una svolta del web. In questo arco di tempo che è passato l&#8217;introduzione di reti Adsl a basso costo ha permesso a tutti di accedere a internet. Questo ha comportato una conseguenza molto semplice: tutti volevano usare internet e tutti volevano dire la propria su ogni argomento. Il web per rispondere a queste esigenze non ha cambiato le sue strutture perchè fondamentalmente l&#8217;html e rimasto lo stesso, sono cambiati i modi di comunicare e rappresentare  le informazioni tramite degli strumenti semplici e leggeri (ed è anche questo uno dei motivi per cui il flash sta scomparendo). Quindi mi chiedo e chiedo, è corretto parlare di web 2.0 e 3.0 come reali svolte epocali e strutturali o semplicemente come etichette da dare per segnare il passo sulla cronologia della storia ?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su NewLineamenta.ModelsInDigitalDesign di Christian Assogna</title>
		<link>http://www.rappresentazione.it/?p=206&#038;cpage=1#comment-29</link>
		<dc:creator>Christian Assogna</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 08:11:11 +0000</pubDate>
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		<description>Faccio dei ragionamenti semplici e discutibili: partiamo dal presupposto che il computer non ha cambiato il metodo di rappresentazione e che le tecniche sono il mezzo per la quale si ottiene concretamente un elaborato, un disegno. Allora mi chiedo subito che differenza c&#039;è tra il rappresentare digitalmente e il rappresentare manualmente una architettura. Il disegno digitale ha consentito di ottenere progetti attraverso algoritmi complicati, anche se non mi spiego come anche in passato si facevano costruzioni tra l&#039;altro senza la redazione del disegno nella maggior parte dei casi, o dopo con disegni manuali, quindi le differenze si limitano anzi potrebbero svanire. Ma cosa è cambiato veramente allora? Osservo disegni del moderno e osservo disegni contemporanei e mi accorgo che è cambiato il modo di concepirli, di crearli, ognuno ha adottato paradossalmente e passivamente l&#039;uso del digitale, senza interrogarsi su cosa sia relamente cambiato: l&#039;interscalarità. Ossia questo concetto mi pare forse troppo tecnico o forse ingenuo, ma penso che sia importante individuarne il suo significato. Allora penso al disegno digitale che non ha una scala ben precisa, che tramite il mouse si può passare da una visione limitata ad una complessiva, il passaggio simultaneo forse segue anche i nostri ritmi temporali contemporanei, ma ci ha portato ad avere una visione dello spazio molto distorta, lo spazio cambia a seconda del passaggio di un mouse, e 
poi nella realtà è cosi? Forse è troppo presto per parlarne, lo spazio in cui viviamo non è ancora forse pronto per questo cambiamento? La cosidetta architettura liquida, la fluidità, il contemporaneo, o meglio ancora lo stile tardo possono interpretare il concetto di interscalarità o meglio di una visione multipla di un ogetto nello spazio? Mi sembra interessante a questo punto aprire un altro concetto: il parallelismo tra mondo reale e mondo virtuale, ossia &quot;il link&quot;, un collegamento, fatto di cose materiali ed immateriali, dove appunto il mondo reale  sembri inseguire quello virtuale, o meglio ancora definito ideale perchè poi questo mondo lo vogliamo e lo vogliono (anche l&#039;università, l&#039;architettura)! Ed allora mi chiedo, un piccolo architetto reale in un grande oceano virtuale come si comporta? Se poi soprattutto, siamo chiamati a realizzare un ogetto materiale? Individuare una quarta dimensione potrebbe avere un senso: &quot;nella metropoli genetica esiste un sistema indefinito di opportunità, di luoghi non definiti, dove gli ogetti sono come meduse nell&#039;oceano che fluttuano trasparenti ed opache, in parte animale e in parte vegetali, trasportate da correndi invisibili&quot; (A. Branzi). L&#039;uomo vive in un mondo reale ma la sua vita ha bisogno di un mondo virtuale.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Faccio dei ragionamenti semplici e discutibili: partiamo dal presupposto che il computer non ha cambiato il metodo di rappresentazione e che le tecniche sono il mezzo per la quale si ottiene concretamente un elaborato, un disegno. Allora mi chiedo subito che differenza c&#8217;è tra il rappresentare digitalmente e il rappresentare manualmente una architettura. Il disegno digitale ha consentito di ottenere progetti attraverso algoritmi complicati, anche se non mi spiego come anche in passato si facevano costruzioni tra l&#8217;altro senza la redazione del disegno nella maggior parte dei casi, o dopo con disegni manuali, quindi le differenze si limitano anzi potrebbero svanire. Ma cosa è cambiato veramente allora? Osservo disegni del moderno e osservo disegni contemporanei e mi accorgo che è cambiato il modo di concepirli, di crearli, ognuno ha adottato paradossalmente e passivamente l&#8217;uso del digitale, senza interrogarsi su cosa sia relamente cambiato: l&#8217;interscalarità. Ossia questo concetto mi pare forse troppo tecnico o forse ingenuo, ma penso che sia importante individuarne il suo significato. Allora penso al disegno digitale che non ha una scala ben precisa, che tramite il mouse si può passare da una visione limitata ad una complessiva, il passaggio simultaneo forse segue anche i nostri ritmi temporali contemporanei, ma ci ha portato ad avere una visione dello spazio molto distorta, lo spazio cambia a seconda del passaggio di un mouse, e<br />
poi nella realtà è cosi? Forse è troppo presto per parlarne, lo spazio in cui viviamo non è ancora forse pronto per questo cambiamento? La cosidetta architettura liquida, la fluidità, il contemporaneo, o meglio ancora lo stile tardo possono interpretare il concetto di interscalarità o meglio di una visione multipla di un ogetto nello spazio? Mi sembra interessante a questo punto aprire un altro concetto: il parallelismo tra mondo reale e mondo virtuale, ossia &#8220;il link&#8221;, un collegamento, fatto di cose materiali ed immateriali, dove appunto il mondo reale  sembri inseguire quello virtuale, o meglio ancora definito ideale perchè poi questo mondo lo vogliamo e lo vogliono (anche l&#8217;università, l&#8217;architettura)! Ed allora mi chiedo, un piccolo architetto reale in un grande oceano virtuale come si comporta? Se poi soprattutto, siamo chiamati a realizzare un ogetto materiale? Individuare una quarta dimensione potrebbe avere un senso: &#8220;nella metropoli genetica esiste un sistema indefinito di opportunità, di luoghi non definiti, dove gli ogetti sono come meduse nell&#8217;oceano che fluttuano trasparenti ed opache, in parte animale e in parte vegetali, trasportate da correndi invisibili&#8221; (A. Branzi). L&#8217;uomo vive in un mondo reale ma la sua vita ha bisogno di un mondo virtuale.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su NewLineamenta.ModelsInDigitalDesign di Giovanni Caffio</title>
		<link>http://www.rappresentazione.it/?p=206&#038;cpage=1#comment-28</link>
		<dc:creator>Giovanni Caffio</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 11:14:55 +0000</pubDate>
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		<description>Partendo dalla famosa tesi di Panowfsky che la prospettiva sia stata la “forma simbolica” caratterizzante la storia dell’arte dal Rinascimento all’Impressionismo, Lev Manovich sostiente che il database può essere considerato il nuovo modo di concepire lo spazio nell&#039;era digitale, uno spazio che appare come una raccolta infinita e destrutturata d’immagini, testi e modelli tridimensionali. È lecito, 
quindi, presupporre che il passaggio da un paradigma meccanico a uno elettronico comporti un tale spostamento dello &quot;sguardo&quot;, una rivoluzione tale da condurci a percepire e interpretare lo spazio secondo significati, metafore e forme simboliche provenienti dal campo della programmazione?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Partendo dalla famosa tesi di Panowfsky che la prospettiva sia stata la “forma simbolica” caratterizzante la storia dell’arte dal Rinascimento all’Impressionismo, Lev Manovich sostiente che il database può essere considerato il nuovo modo di concepire lo spazio nell&#8217;era digitale, uno spazio che appare come una raccolta infinita e destrutturata d’immagini, testi e modelli tridimensionali. È lecito,<br />
quindi, presupporre che il passaggio da un paradigma meccanico a uno elettronico comporti un tale spostamento dello &#8220;sguardo&#8221;, una rivoluzione tale da condurci a percepire e interpretare lo spazio secondo significati, metafore e forme simboliche provenienti dal campo della programmazione?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su NewLineamenta.ModelsInDigitalDesign di Alessia Maiolatesi</title>
		<link>http://www.rappresentazione.it/?p=206&#038;cpage=1#comment-27</link>
		<dc:creator>Alessia Maiolatesi</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 10:44:49 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.rappresentazione.it/?p=206#comment-27</guid>
		<description>E&#039; innegabile fare una riflessione sull&#039;influenza che i software di grafica e l&#039;uso diffusissimo del calcolatore hanno generato nel processo di sviluppo di un progetto e, conseguentemente, su quanto sia divenuta sottile la scissione tra ciò che possiamo considerare possibile (inteso come reale) e ciò che possiamo considerare immaginabile (inteso come virtuale) in termini di rappresentazione. La realtà digitale offre una valida e rapida possibilità di elaborare graficamente ciò che immaginiamo, educandoci ad una consapevolezza di prefigurazione dello spazio; questa, in fondo, è una delle strade tracciate dalla Geometria Descrittiva. La questione su cui bisogna riflettere è che ci troviamo di fronte ad un&#039;epoca di grandi mutamenti ed incertezze nei confronti di queste considerazioni, ma potrebbe diventare fondamentale raccogliere una sfida di tale rilevanza allontanando i pregiudizi derivanti dal non totale controllo dei mezzi tecnologici a nostra disposizione e riconsiderando le basi teoriche della materia, confidando, allo stesso tempo, nel disegno come strumento di controllo, come mezzo attraverso il quale possiamo gestire consapevolmente (e non passivamente) il nostro operato.
A questo punto è utile pensare alla rappresentazione digitale come validissima occasione per custodire e sviluppare la ricchezza del patrimonio relativo alla Scienza della Rappresentazione ed è auspicabile e sperata, una ricerca che miri a scoprire nuove forme di elaborazione e comunicazione, da intendersi presumibilmente come nuovi metodi di rappresentazione.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; innegabile fare una riflessione sull&#8217;influenza che i software di grafica e l&#8217;uso diffusissimo del calcolatore hanno generato nel processo di sviluppo di un progetto e, conseguentemente, su quanto sia divenuta sottile la scissione tra ciò che possiamo considerare possibile (inteso come reale) e ciò che possiamo considerare immaginabile (inteso come virtuale) in termini di rappresentazione. La realtà digitale offre una valida e rapida possibilità di elaborare graficamente ciò che immaginiamo, educandoci ad una consapevolezza di prefigurazione dello spazio; questa, in fondo, è una delle strade tracciate dalla Geometria Descrittiva. La questione su cui bisogna riflettere è che ci troviamo di fronte ad un&#8217;epoca di grandi mutamenti ed incertezze nei confronti di queste considerazioni, ma potrebbe diventare fondamentale raccogliere una sfida di tale rilevanza allontanando i pregiudizi derivanti dal non totale controllo dei mezzi tecnologici a nostra disposizione e riconsiderando le basi teoriche della materia, confidando, allo stesso tempo, nel disegno come strumento di controllo, come mezzo attraverso il quale possiamo gestire consapevolmente (e non passivamente) il nostro operato.<br />
A questo punto è utile pensare alla rappresentazione digitale come validissima occasione per custodire e sviluppare la ricchezza del patrimonio relativo alla Scienza della Rappresentazione ed è auspicabile e sperata, una ricerca che miri a scoprire nuove forme di elaborazione e comunicazione, da intendersi presumibilmente come nuovi metodi di rappresentazione.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su NewLineamenta.ModelsInDigitalDesign di Emiliano Auriemma (dottore di ricerca)</title>
		<link>http://www.rappresentazione.it/?p=206&#038;cpage=1#comment-26</link>
		<dc:creator>Emiliano Auriemma (dottore di ricerca)</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 07:29:33 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.rappresentazione.it/?p=206#comment-26</guid>
		<description>Sono convinto come dice il prof. Migliari che ci sia una impellente necessità di superare la dipendenza dai software e credo che la rappresentazione digitale individui metodi nuovi e non semplicemente delle nuove tecniche. La visualizzazione interattiva di spazi virtuali, i modelli “intelligenti” che visualizzano sistemi di dati, i calcoli sull’illuminazione nelle immagini di resa e le numerose possibilità di modificazione dinamica e sperimentazione sulla forma ne sono una testimonianza. Svolgendo ricerche nel campo però mi sono reso conto delle enormi difficoltà che si incontrano nel tentativo di allontanarsi dalle soluzioni preconfezionate offerte dal mercato. La scarsa dimestichezza con la programmazione informatica ma anche forse la formazione incompleta riguardo alla geometria analitica, per non parlare delle conoscenze di ottica  e comportamento della luce, rendono difficile colmare il gap tra chi realizza il software e chi lo utilizza in campo rappresentativo. Ho paura che per appropriarsi realmente dei metodi della rappresentazione digitale ci sia bisogno di una riforma didattica molto profonda che vada aldilà della attualizzazione dell’insegnamento della geometria descrittiva. Il discorso poi si fa ancora più complesso se tentiamo di analizzare le profonde influenze che la modellazione digitale ha sul modo di operare nella progettazione. I giovani progettisti che ho visto all’opera nella mia esperienza personale sono portati a plasmare digitalmente le forme, piuttosto che a percorrere il tradizionale iter di sviluppo del progetto a partire dalla pianta o dalla sezione. La grande affermazione dell’uso delle superfici nella modellazione introduce poi il rischio che il progetto si riduca a semplice involucro. Tutto ciò è indubbiamente provocato dalla assimilazione superficiale dei fondamenti scientifici della rappresentazione. Lo studio della geometria deve mantenere il suo ruolo centrale all’interno della disciplina, ma è necessario che gli operatori assumano maggiore consapevolezza sulla natura degli strumenti digitali, a partire dalle leggi fisiche e  matematiche che sono alla base della programmazione informatica. In questo senso, non occorre sempre di più che l’architetto ampli le sue conoscenze in tutto il campo scientifico?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sono convinto come dice il prof. Migliari che ci sia una impellente necessità di superare la dipendenza dai software e credo che la rappresentazione digitale individui metodi nuovi e non semplicemente delle nuove tecniche. La visualizzazione interattiva di spazi virtuali, i modelli “intelligenti” che visualizzano sistemi di dati, i calcoli sull’illuminazione nelle immagini di resa e le numerose possibilità di modificazione dinamica e sperimentazione sulla forma ne sono una testimonianza. Svolgendo ricerche nel campo però mi sono reso conto delle enormi difficoltà che si incontrano nel tentativo di allontanarsi dalle soluzioni preconfezionate offerte dal mercato. La scarsa dimestichezza con la programmazione informatica ma anche forse la formazione incompleta riguardo alla geometria analitica, per non parlare delle conoscenze di ottica  e comportamento della luce, rendono difficile colmare il gap tra chi realizza il software e chi lo utilizza in campo rappresentativo. Ho paura che per appropriarsi realmente dei metodi della rappresentazione digitale ci sia bisogno di una riforma didattica molto profonda che vada aldilà della attualizzazione dell’insegnamento della geometria descrittiva. Il discorso poi si fa ancora più complesso se tentiamo di analizzare le profonde influenze che la modellazione digitale ha sul modo di operare nella progettazione. I giovani progettisti che ho visto all’opera nella mia esperienza personale sono portati a plasmare digitalmente le forme, piuttosto che a percorrere il tradizionale iter di sviluppo del progetto a partire dalla pianta o dalla sezione. La grande affermazione dell’uso delle superfici nella modellazione introduce poi il rischio che il progetto si riduca a semplice involucro. Tutto ciò è indubbiamente provocato dalla assimilazione superficiale dei fondamenti scientifici della rappresentazione. Lo studio della geometria deve mantenere il suo ruolo centrale all’interno della disciplina, ma è necessario che gli operatori assumano maggiore consapevolezza sulla natura degli strumenti digitali, a partire dalle leggi fisiche e  matematiche che sono alla base della programmazione informatica. In questo senso, non occorre sempre di più che l’architetto ampli le sue conoscenze in tutto il campo scientifico?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su NewLineamenta.ModelsInDigitalDesign di Alessandro Luigini (dottore di ricerca)</title>
		<link>http://www.rappresentazione.it/?p=206&#038;cpage=1#comment-24</link>
		<dc:creator>Alessandro Luigini (dottore di ricerca)</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2009 11:36:46 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.rappresentazione.it/?p=206#comment-24</guid>
		<description>Concordo pienamente con l’auspicio di una maggiore attenzione alla teoria e alla componente della Geometria Descrittiva che si occupa della descrizione delle forme nello spazio e delle loro proprietà (essendo la Geometria Proiettiva ormai completamente automatizzata) ma mi pongo a tal proposito una domanda e riporto alcune considerazioni: davvero la “dipendenza” dai software è solo frutto della mancanza di conoscenze geometriche del disegnatore, o dipende in parte anche dai limiti di programmazione che molti software per la modellazione denunciano? Questa domanda me la sono posta nel momento in cui riflettendo sulle applicazioni della geometria descrittiva ho visto completamente svuotato il senso delle elaborazioni che si richiedevano nei corsi universitari fino ad alcuni anni fa, applicazioni che consentivano la rappresentazione dell’architettura tramite l’utilizzo dei modelli proiettivi. Ora queste operazioni sono automatizzate, quindi tolto il senso teorico e didattico dell&#039;insegnamento dei modelli proiettivi, mi pare solo un esercizio (forse anacronistico) l’applicazione di questi modelli. Sarebbe interessante, a mio avviso, concentrarsi sulla geometria dei modelli, per citare una dicitura ormai ampiamente condivisa, per superare i limiti che troppo spesso si incontrano nei software di modellazione e che scoraggiano facilmente gli studenti di ogni ordine.
Credo che un rischio, però, potrebbe affacciarsi, ed è quello della aumentata divergenza tra ricerca e applicazioni (rapporto che, come tanti altri concetti pre-informatici, forse va analizzato nella sua variazione ontologica). Il modello informatico, per sua natura, non contiene solo le informazioni morfologiche e geometriche dell’architettura, per cui l’interesse viene spostato naturalmente dalla “forma” all’ “informazione”... (vedi BIM) Nella didattica del disegno nelle facoltà di architettura e ingegneria, troveranno spazio i modelli proiettivi, la geometria descrittiva, la rappresentazione informatica, la costruzione di modelli BIM, la comunicazione, il rilevamento, ovvero tutto il compendio disciplinare?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Concordo pienamente con l’auspicio di una maggiore attenzione alla teoria e alla componente della Geometria Descrittiva che si occupa della descrizione delle forme nello spazio e delle loro proprietà (essendo la Geometria Proiettiva ormai completamente automatizzata) ma mi pongo a tal proposito una domanda e riporto alcune considerazioni: davvero la “dipendenza” dai software è solo frutto della mancanza di conoscenze geometriche del disegnatore, o dipende in parte anche dai limiti di programmazione che molti software per la modellazione denunciano? Questa domanda me la sono posta nel momento in cui riflettendo sulle applicazioni della geometria descrittiva ho visto completamente svuotato il senso delle elaborazioni che si richiedevano nei corsi universitari fino ad alcuni anni fa, applicazioni che consentivano la rappresentazione dell’architettura tramite l’utilizzo dei modelli proiettivi. Ora queste operazioni sono automatizzate, quindi tolto il senso teorico e didattico dell&#8217;insegnamento dei modelli proiettivi, mi pare solo un esercizio (forse anacronistico) l’applicazione di questi modelli. Sarebbe interessante, a mio avviso, concentrarsi sulla geometria dei modelli, per citare una dicitura ormai ampiamente condivisa, per superare i limiti che troppo spesso si incontrano nei software di modellazione e che scoraggiano facilmente gli studenti di ogni ordine.<br />
Credo che un rischio, però, potrebbe affacciarsi, ed è quello della aumentata divergenza tra ricerca e applicazioni (rapporto che, come tanti altri concetti pre-informatici, forse va analizzato nella sua variazione ontologica). Il modello informatico, per sua natura, non contiene solo le informazioni morfologiche e geometriche dell’architettura, per cui l’interesse viene spostato naturalmente dalla “forma” all’ “informazione”&#8230; (vedi BIM) Nella didattica del disegno nelle facoltà di architettura e ingegneria, troveranno spazio i modelli proiettivi, la geometria descrittiva, la rappresentazione informatica, la costruzione di modelli BIM, la comunicazione, il rilevamento, ovvero tutto il compendio disciplinare?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su NewLineamenta.ModelsInDigitalDesign di Caterina Palestini</title>
		<link>http://www.rappresentazione.it/?p=206&#038;cpage=1#comment-23</link>
		<dc:creator>Caterina Palestini</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2009 11:52:08 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.rappresentazione.it/?p=206#comment-23</guid>
		<description>Il ruolo da sempre affidato alla rappresentazione architettonica interposta tra progetto e rilevo, ha trovato nella dimensione digitale nuove forme espressive che possono a più livelli (rappresentativo-formale; conformativo-creativo; mediatico-informativo) interessare il processo analitico-creativo per la comprensione, ideazione e comunicazione dell’architettura, sia esso rivolto al progetto, sia all’analisi dell’esistente. L’esigenza di ricercare metodiche e sistemi per elaborare e trasmettere prefigurazioni di realtà, esistenti o immaginate, costituisce pertanto una costante nella cultura architettonica e corrisponde all’evoluzione delle tecniche e dei metodi che coinvolgono i diversi aspetti della rappresentazione. Ci si chiede allora: concettualmente quali sono le differenze rispetto al passato? 
Cosa distingue, oltre la tecnologia, l’attuale sapere rappresentativo da quello della tradizione? e quanto esso ha  influito e condizionato, nell&#039;essenza, il sapere architettonico?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il ruolo da sempre affidato alla rappresentazione architettonica interposta tra progetto e rilevo, ha trovato nella dimensione digitale nuove forme espressive che possono a più livelli (rappresentativo-formale; conformativo-creativo; mediatico-informativo) interessare il processo analitico-creativo per la comprensione, ideazione e comunicazione dell’architettura, sia esso rivolto al progetto, sia all’analisi dell’esistente. L’esigenza di ricercare metodiche e sistemi per elaborare e trasmettere prefigurazioni di realtà, esistenti o immaginate, costituisce pertanto una costante nella cultura architettonica e corrisponde all’evoluzione delle tecniche e dei metodi che coinvolgono i diversi aspetti della rappresentazione. Ci si chiede allora: concettualmente quali sono le differenze rispetto al passato?<br />
Cosa distingue, oltre la tecnologia, l’attuale sapere rappresentativo da quello della tradizione? e quanto esso ha  influito e condizionato, nell&#8217;essenza, il sapere architettonico?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su NewLineamenta.ModelsInDigitalDesign di Domenico Tosto (dottorando)</title>
		<link>http://www.rappresentazione.it/?p=206&#038;cpage=1#comment-22</link>
		<dc:creator>Domenico Tosto (dottorando)</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 17:58:32 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.rappresentazione.it/?p=206#comment-22</guid>
		<description>Per Maurizio Unali: la rappresentazione digitale, figlia della rivoluzione informatica, ha creato nell’ultimo decennio un sistema di riferimento differente, un modo di vedere e rappresentare nuovo e, soprattutto, un diverso modo di pensare; ha innescato un “pensiero digitale”. Partendo da questo presupposto: il digitale è un modo di pensare o una mera tecnica di rappresentazione? Nel primo caso ritengo che lo stato dell’arte può subire un momento di stand-by ma è sempre in continua evoluzione perché il pensiero è sempre in movimento. 
Al contrario se il digitale è una “bella” tecnica di rappresentazione, allora probabilmente i campi di sperimentazione e applicazione sono altri, contigui ma comunque sempre più distanti dall’architettura.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Per Maurizio Unali: la rappresentazione digitale, figlia della rivoluzione informatica, ha creato nell’ultimo decennio un sistema di riferimento differente, un modo di vedere e rappresentare nuovo e, soprattutto, un diverso modo di pensare; ha innescato un “pensiero digitale”. Partendo da questo presupposto: il digitale è un modo di pensare o una mera tecnica di rappresentazione? Nel primo caso ritengo che lo stato dell’arte può subire un momento di stand-by ma è sempre in continua evoluzione perché il pensiero è sempre in movimento.<br />
Al contrario se il digitale è una “bella” tecnica di rappresentazione, allora probabilmente i campi di sperimentazione e applicazione sono altri, contigui ma comunque sempre più distanti dall’architettura.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su NewLineamenta.ModelsInDigitalDesign di Maurizio Unali</title>
		<link>http://www.rappresentazione.it/?p=206&#038;cpage=1#comment-21</link>
		<dc:creator>Maurizio Unali</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 11:02:43 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.rappresentazione.it/?p=206#comment-21</guid>
		<description>Caro Lino,
le questioni che poni sono al centro del dibattito sulla rappresentazione contemporanea e, nonostante la &quot;pericolosa&quot; vicinanza storica, richiedono (come da più tempo ricordiamo) processi di storicizzazione. Penso, quindi, che i tempi non siano ancora maturi per rispondere &quot;pienamente&quot; a questi (e altri) interrogativi che, invece, devono alimentare il dibattito con il fine di motivare la sperimentazione.
Dopo circa due decenni di innovazione tecno-culturale, la ricerca sulla rappresentazione digitale dell&#039;architettura (nel contesto pluridisciplinare dell&#039;argomento) sembra oggi attraversare un momento di &quot;riflessione&quot; che può essere l&#039;occasione per capire, appunto, cosa abbiamo fatto e dove stiamo andando.
Credo che la migliore pulsione offerta dalla condizione contemporanea sia la libera sperimentazione. Soprattutto rispetto all&#039;ultima questione che poni, la rete. La sfida è oggi capire le nuove modalità di comunicazione, non più &quot;uno a molti&quot; ma &quot;molti a molti&quot;. Questo significa impostare degli studi specifici sulla rappresentazione di questi nuovi modelli comunicativo-espressivi, soprattutto in considerazione delle ancora impreviste potenzialità del Web 3.0 (semantico).
mu</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Lino,<br />
le questioni che poni sono al centro del dibattito sulla rappresentazione contemporanea e, nonostante la &#8220;pericolosa&#8221; vicinanza storica, richiedono (come da più tempo ricordiamo) processi di storicizzazione. Penso, quindi, che i tempi non siano ancora maturi per rispondere &#8220;pienamente&#8221; a questi (e altri) interrogativi che, invece, devono alimentare il dibattito con il fine di motivare la sperimentazione.<br />
Dopo circa due decenni di innovazione tecno-culturale, la ricerca sulla rappresentazione digitale dell&#8217;architettura (nel contesto pluridisciplinare dell&#8217;argomento) sembra oggi attraversare un momento di &#8220;riflessione&#8221; che può essere l&#8217;occasione per capire, appunto, cosa abbiamo fatto e dove stiamo andando.<br />
Credo che la migliore pulsione offerta dalla condizione contemporanea sia la libera sperimentazione. Soprattutto rispetto all&#8217;ultima questione che poni, la rete. La sfida è oggi capire le nuove modalità di comunicazione, non più &#8220;uno a molti&#8221; ma &#8220;molti a molti&#8221;. Questo significa impostare degli studi specifici sulla rappresentazione di questi nuovi modelli comunicativo-espressivi, soprattutto in considerazione delle ancora impreviste potenzialità del Web 3.0 (semantico).<br />
mu</p>
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